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Un fumetto per la Convenzione di Istanbul: SHERO. Intervista con Alice Degl'Innocenti (rete D.I.Re.)





A partire da una call for artists diffusa nel 2018, l'ONG WAVE (Women Against Violence Europe) e Step Up! Campaign, assieme al loro partner italiano D.I.Re. (Donne In Rete contro la violenza), hanno pubblicato la SHERO. Wave Cartoon Brochure, un agile volumetto contenente brevi narrazioni grafiche create da fumettiste provenienti da vari paesi d'Europa (Italia, Serbia, Macedonia, Spagna, Finlandia). Le fumettiste hanno colto la sfida lanciata da WAVE di inventare e rappresentare una supereroina la cui mission fosse quella di combattere la violenza contro le donne seguendo i principi abbozzati dalla Convenzione Di Istanbul, il trattato del Consiglio d'Europa che, dal 2011, vigila sull'operato dei paesi firmatari (tra cui l'Italia) per promuovere misure di contrasto all'abuso sessista.

Ho fatto due chiacchiere con Alice Degli'Innocenti, operatrice antiviolenza e promotrice della campagna SHERO, la quale ci parla di sé, del suo percorso di attivismo e delle influenze che il suo fruttuoso peregrinare femminista ha avuto sull'ideazione di un'iniziativa in cui il fumetto fa da trait d'union per la creazione di un network di artiste e attiviste attive a livello transnazionale per il contrasto alla violenza di genere.


N.M. Vorrei cominciare con il parlare di te, del tuo percorso di attivismo femminista all’interno delle associazioni che si occupano di contrastare la violenza alle donne e, più in particolare, delle campagne a cui hai preso parte nel caso queste includessero un dialogo di qualche tipo con la forma fumettistica.


A.D. Attualmente sono vice-presidente del centro antiviolenza di Carpi, in provincia di Modena. Il mio percorso come attivista ha origini lontane perché, inizialmente, non era mia intenzione arrivare a lavorare in un centro antiviolenza: mi sono semplicemente imbattuta, durante la mia strada, in una serie di coincidenze che mi hanno portata dove sono ora. Io vengo da un contesto abbastanza particolare: la mia famiglia gestisce le giostre del luna park e io, fino ai 14 anni, ho fatto una vita nomade. L’origine è quella sinti, a livello di tradizioni famigliari, quindi capisci bene che si tratta di un contesto influenzato da dinamiche maschiliste e patriarcali. La mia vita nomade è durata finché i miei si sono fermati perché hanno messo un’attrazione fissa in città a Carpi e io, da quel momento, ho avuto la possibilità di frequentare regolarmente una scuola, mentre di solito, in quell’ambiente, non ti fermi, lavori e ti sposi. Dopo le superiori ho avuto la possibilità di andare all’università, dove mi hanno permesso di fare quello che volevo fare io perché, come mi dicevano, avevo già studiato troppo e c’era ormai poco da controllare. Scelsi il corso in Storia, cultura e civiltà orientali a Bologna. Nel corso degli studi, frequentai un corso di storia delle donne e decisi di fare una relazione sulle memsahib, le mogli dei coloni durante il periodo dell’invasione britannica dell’India. La tesi di laurea, invece, la feci in arabo sul tema del delitto d’onore perché erano gli anni in cui la giornalista Rana Husseini e la principessa Rania di Giordania riuscirono a fare scalpore mediatico-politico per assegnare visibilità alla questione dell’honor killing. Misi a confronto il contesto italiano, dove, come sappiamo, l’attenuante per delitto d’onore fu abrogata solamente nel 1981, e quello giordano. Ma la scelta di queste tematiche di studio non era trainata da una coscienza femminista già plasmata.

Dopo la tesi mi trasferii in Tunisia per diversi anni a studiare arabo e vissi il periodo pre e post rivoluzione perché rimasi là dal 2007 al 2012. Il post rivoluzione fu un momento importante soprattutto per i diritti delle donne. Io lavoravo in un’azienda tessile italiana in cui c’erano tutte operaie donne e in cui cominciavano anche le prime manifestazioni sindacali. Ho vissuto delle cose bellissime come la protesta delle minigonne, durante la quale le donne tunisine scesero in piazza per manifestare solidarietà verso le sorelle algerine contro la campagna “Soit un homme et voile ta femme” contro le restrizioni alla loro libertà di indossare indumenti ritenuti provocanti, oppure le lotte contro la promulgazione di una legge in base alle quale la donna era considerata complementare all’uomo.

Da lì iniziai a prendere sempre più consapevolezza della mia passione per la promozione dei diritti delle donne e, una volta lasciata la Tunisia, mi iscrissi ad un master a Roma su diritto internazionale e diritti umani. Il primo giorno di lezione, il 14 febbraio 2012, arrivai tardi perché passando per le scalinate di piazza di Spagna mi imbattei in una folla di donne con le mani dipinte di rosso: era una delle prime manifestazioni di One Billion Rising e, in quella sede, dal palco della protesta, sentì parlare della Convenzione di Istanbul, la cui ratifica da parte dell’Italia le manifestanti invocavano. Quando andai a lezione di diritto internazionale chiesi al mio professore se poteva darmi ulteriori ragguagli sulla Convenzione, di cui io, allora, non sapevo molto. Il professore, trattandosi di una questione incentrata sui diritti femminili, non seppe darmi indicazioni e io, da quel momento, m’impuntai, tanto che scrissi la mia tesi di master sulla Convenzione d’Istanbul. Dopo due mesi dalla discussione della mia tesi, nel settembre 2012, l’Italia ha sottoscritto la Convenzione. Proprio in quei mesi si era poi costituito un gruppo al Consiglio d’Europa (dove la Convenzione era stata lanciata) chiamato Free From Fear, Free From Violence e fu proprio all’interno del gruppo che io feci il tirocinio conclusivo del master. In occasione di questo tirocinio ho avuto la possibilità di rapportarmi direttamente con i lavori afferenti alla Convenzione di Istanbul. In particolare, aiutai a fare dei report sui paesi del nord Africa e la situazione dei diritti delle donne e continuai così, anche se indirettamente, le esperienze già fatte in Tunisia nel periodo post rivoluzionario.

Al rientro in Italia l’idea era quella di continuare a lavorare in uffici o associazioni internazionali ma alla fine è stata la parte relativa alla violenza di genere del lavoro fatto sulla Convenzione a prevalere e, quando sono entrata in contatto con alcune delle operatrici del centro antiviolenza di Carpi, decisi di collaborare con loro. Ho prima intrapreso il percorso di formazione e alcuni colloqui come mediatrice con le donne straniere e, piano piano, ho cominciato a lavorare come referente per progetti nazionali e internazionali assieme alla rete D.i.Re. Ho poi iniziato ad occuparmi dell’organizzazione di eventi quali il 25 novembre (la giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne) e l’8 marzo, ma anche della formazione di nuove operatrici che ho il compito di introdurre alla storia del femminismo nonché al contesto nazionale e internazionale di protezione dei diritti delle donne. Poi da lì mi hanno inserito nel coordinamento regionale, di cui fa parte anche la Casa delle donne di Bologna, e in quel modo ho conosciuto Anna Pramstrahler, che è stata un aggancio fondamentale per entrare nel gruppo internazionale di D.i.Re., rete che fa capo a WAVE (Women Against Violence Europe). E fu così che, nel 2015, mi trovai alla riunione a Vienna che ha dato il via a Step Up!, una campagna europea permanente contro la violenza sulle donne di cui tuttora faccio parte. Con Step Up! ho organizzato varie iniziative, tra cui campagne di artivismo: il lancio di un video nel linguaggio dei segni (LIS) in cui una ragazza sordomuta spiega ad altre ragazze sordomute come riconoscere i segnali della violenza; la conversione in lingua LIS di un libro illustrato sulla violenza assistita già pubblicato da D.i.Re., Il tuffo di Lulu (2019); il progetto di promozione video contro la violenza sulle donne e il progetto e SHERO, un contest per fumettiste lanciato a livello europeo con l’idea di dare visibilità ai valori della Convenzione d’Istanbul.


N.M. Da quello che dici descrivendo i progetti di Step Up! l’arte sembra una componente fondamentale nelle iniziative proposte nazionalmente e internazionalmente per sensibilizzare sul tema della violenza contro le donne.


A.D. Io credo molto nell’arte come strumento da utilizzare e promuovo campagne di attivismo nell’ambito del contrasto alla violenza e ho sempre coltivato questo nesso sia a livello locale (nel mio centro antiviolenza), che a livello transnazionale. Ad esempio, ho partecipato a Chouftouhonna (ci avete viste, in arabo), un festival Internazionale di arte femminista a Tunisi. Volevo candidarmi con qualcosa e proposi di portare, a nome della rete D.i.Re. e dei centri antiviolenza italiani, il progetto fotografico Home Sweet Home che avevamo organizzato con il centro di Carpi a seguito del femminicidio di una ragazza. Furono tre giorni spettacolari e lì conobbi un’artista fantastica che è ancora mia amica, Roxie Netea, la quale stava dipingendo un murales per il festival in cui il simbolo principale erano le matrioske, una coincidenza che, come le dissi, considerai curiosa, dato il fatto che proprio le matrioske sono il simbolo di Non Una Di Meno, la rete di collettivi femministi italiana che dal 2016 riempie le piazze del nostro paese. Proprio a Chouftouhonna ebbi modo di conoscere il contesto di artivismo arabo grafico-illustrativo sui temi della violenza alle donne, un contesto che non mi era completamente nuovo dato che era stata proprio l’eroina col velo del webcomics Quahira di Deena Mohamed a darmi l’idea per la campagna SHERO.


N.M. E per quanto riguarda l’Italia, ci sono artiste (in particolare fumettiste o illustratrici) che gravitano attorno alla rete D.i.Re. con le quali avete istituito collaborazioni durature per portare avanti questo dialogo tra arte e mondo dell’attivismo contro la violenza di genere?


A.D. Credo che la relazione più significativa sia quella con l’illustratrice e vignettista Anarkikka, che con D.i.Re. ha instaurato un’interdipendenza importante a livello di tematiche e di collaborazioni. Per D.i.Re., Anarkikka ha illustrato Exit. Uscite di sicurezza dalla violenza (2016) e molte delle sue vignette sono state usate da D.i.Re. nel corso degli anni. Anche nelle sue pubblicazioni individuali, come ad esempio l’ultima, Smettetela di farci la festa (People 2021), l’influenza della sua relazione con la rete dei centri antiviolenza è evidente. Il festival Libere di essere, organizzato da D.i.Re. tra il 7 e il 9 maggio 2021, è stato un altro importante momento di dialogo con artiste attive in vari settori (dalla letteratura, al cinema, al podcasting), anche se purtroppo la pandemia ci ha costrette a ricorrere al formato online. Parlando di festival è poi d’obbligo menzionare La violenza illustrata, organizzato ogni novembre dalla Casa delle donne di Bologna e da molti anni ormai impegnato nella collaborazione con artiste e artisti impegnati a livello sociale o, addirittura, con altri festival come il festival del fumetto Bilbolbul, che si svolge anch’esso a Bologna nello stesso periodo.


N.M. Com’è nato il progetto SHERO?


A.D. Ogni anno a WAVE si cercava un ambito da esplorare per parlare di violenza, per diffondere i principi della Convenzione d’Istanbul e per promuovere reattività ossia la capacità di coinvolgere artiste sia come creatrici che come soggetti esse stesse da sensibilizzare. Dopo l’esperienza del video di cui abbiamo già parlato si è pensato al fumetto, un linguaggio che consideriamo smart e giovanile. In Italia, io e Silvia Menecalli, l’altra responsabile del progetto, ci siamo buttate a capofitto, anche perché ci piaceva, dato il format del contest che con WAVE avevamo selezionato, l’idea di premiare giovani fumettiste che decidevano di cimentarsi con la rappresentazione dell’abuso sessista.


N.M. A proposito del contest, mi interessa capire se WAVE, Step Up! e D.i.Re. hanno dato direttive specifiche alle fumettiste partecipanti sulle modalità da impiegare per rappresentare a livello grafico la violenza. Sono state date indicazioni su come rappresentare la donna vittima di violenza e la sua agency, oppure il carnefice, o lo stesso atto violento? Ti chiedo questo perché, sfogliando la brochure che è stata prodotta come output del progetto, ho notato che tutte le fumettiste evitano di lasciarsi andare a raffigurazioni esplicite dell’abuso, un approccio che, mi sembra di capire, è generalmente preso a riferimento e patrocinato dalla rete dei centri antiviolenza in Italia.


A.D. Sicuramente si chiedeva alle artiste di documentarsi e di leggere la Convenzione d’Istanbul, a cui il fumetto doveva essere ispirato. Oltre a questa direttiva di massima, tra le indicazioni fornite alle partecipanti al concorso ce n’erano varie che andavano nella direzione della raffigurazione della donna come soggetto a tutto tondo, non solamente vittimario. Innanzitutto, si chiedeva di veicolare un messaggio che incoraggiasse le vittime a cercare aiuto e supporto, una richiesta che implicitamente prevede la rappresentazione della donna che subisce violenza come un soggetto agente. Inoltre, l’eroina doveva essere un modello di cambiamento per la società, altro aspetto che insiste sull’agentività femminile. Si domandava poi alle partecipanti di evitare, dove possibile, di indugiare sulla simbologia della violenza e di evitare stereotipi visuali come quello dell’occhio nero e del sangue. In generale, come D.i.Re. tendiamo a promuovere rappresentazioni che vadano oltre quella della ragazza accovacciata in un angolino coperta di lividi abusata, ad esempio, in ambito giornalistico perché vorremmo che si oltrepassasse la simbologia della donna abusata come vittima eterna. Questa pratica simbolica ha dei risvolti anche pratici. Ti faccio un esempio: quando la donna si presenta in sede di denuncia di violenza senza lividi, truccata, magari vestita bene, si tende a non credere alle sue accuse, perché la sua immagine non rispecchia lo stereotipo, l’iconografia della donna vittima annichilita. Lo sforzo, anche concettuale e terminologico di emanciparsi dall’idea di vittimizzazione totale e di insistere sull’agency, sulla forza della donna e sulla sua capacità di sopravvivere ai meccanismi della violenza è fondamentale per noi. È anche una questione di rispecchiamento e di identificazione. Le donne tendono a pensare che l’esperienza della violenza non le tocchi, o non possa toccarle, se si abituano a queste immagini di violenza non veritiere, non realistiche.


N.M. Che iniziative avete promosso, a livello nazionale, per diffondere la brochure e il lavoro fatto da WAVE con SHERO?


A.D. Le tavole di S-hero sono state trasformate in una mostra tenutasi a Bruxelles presso la Amazone absl. In Italia le tavole delle fumettiste italiane vincitrici (Federica Manfredi, Beatrice Candreva e Francesca Rosa) fanno al momento parte di una mostra itinerante lanciata durante un evento organizzato in collaborazione con il festival La violenza illustrata e Bilbolbul nel novembre 2019 a Lortica di Bologna. Abbiamo poi dato la possibilità di altri centri antiviolenza di accogliere le tavole e la brochure per organizzare eventi ed esposizioni, quindi al momento il materiale sta circolando in Italia attraverso la nostra rete.



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